Posted by Maria Zanolli in
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Spettacolo on 03 8th, 2010 |
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Sul tavolo in legno della cucina c’è una busta di tabacco, un accendino e un foglio con qualche frase buttata lì. Intorno, nella stanza, libri, una chitarra, un trombone, un paio di microfoni. Ettore ci prepara un caffé con la moka, due tazzine gialle, un sorriso che non è mai uguale a un altro. Lo sguardo strano.
Apro la borsa e, quando non si accorge, gli metto un libro di Ungaretti aperto su una poesia. Lui la legge. Non la conosce, ma gli piace. In questo periodo sta leggendo Tommaso Campanella, mi parla di una conversazione di Pasolini che ha visto su youtube, ha anche ripreso in mano Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde.
“Che libro”, mi dice. “Quante cose su cui riflettere”. Ecco, Ettore Giuradei è una persona che ci pensa. Che vive, prima di riflettere, ovviamente. E che poi porta la sua vita e il suo pensiero nelle canzoni.
Ha iniziato dieci anni fa, quando aveva più o meno 18 anni.
“Avevo un gruppo, facevamo cover di cantautori, tipo i Modena City Ramblers. Poi pian piano mi è venuta voglia di fare canzoni mie. Ho iniziato a scrivere, mi piaceva, ma con il gruppo iniziava a non esserci più sintonia. Marco, mio fratello, aveva 15 anni. Suonava bene il piano. Gli ho fatto sentire i miei pezzi e gli sono piaciuti. È iniziata così, un po’ per gioco. Io, mio fratello (che nel frattempo ha imparato a suonare la batteria e gli altri strumenti) e Gabriele Zamboni, il nostro primo chitarrista. Adesso nel gruppo, oltre a me e Marco, c’è Alessandro Pedretti alla batteria, Danilo Di Prizio alla chitarra e il fonico Domenico Vigliotti”.
Panciastorie (2005) è il primo album di Ettore Giuradei. Nel 2008 è uscito Era che così.
A ottobre 2010 arriverà il nuovo disco.

Ettore Giuradei (Photo by Francis)
INTERVIEW WITH ETTORE GIURADEI
E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare.
(Allegrie di naufragi, Giuseppe Ungaretti)
Mi piace pensare alle tue canzoni come “allegrie di naufragi”. Ti ritrovi?
Si, mi piace.
Allegrie di naufragi o naufragi allegri. Nei tuoi pezzi c’è sempre un filo di ironia ma anche la tristezza, la nostalgia, la malinconia…
Pensa che ne parlavo anche l’altro giorno dell’idea del “bianco e nero”. In effetti nelle mie canzoni c’è questo dualismo. Che poi non è un dualismo, ma è più un’unione, il bianco e nero, la felicità e la tristezza, l’allegria e il naufragio, come dici tu. Sono due facce della stessa medaglia. È una lente che ti permette di vivere in modo più profondo i sentimenti.
E tu Ettore ti senti un po’ così?
Sì, direi di sì. Penso sia importante nella vita cercare di essere trasversali, aperti.
È una cosa che si sta perdendo. Intendo trasversali anche nelle sensazioni, non fermarsi in superficie, ma arrivare al profondo delle cose provando anche emozioni opposte.
Se vai in fondo “rischi” di toccare quel prezioso lato umano che ci rende tutti uguali.
E penso a lei / che ride bene / che salta bella / nei suoi vestiti / un arlecchino / con unghie rosse / sui piedi buoni…
Questa, invece, è la tua Zingara. Credo che ogni donna, in fondo in fondo, si senta un po’ zingara. Tu cosa volevi raccontare con questo pezzo bellissimo?
È un pezzo molto chiaro e autobiografico. La zingara era una mia ragazza. È stata una storia d’amore passionale e tormentata, nella prima strofa ho messo ciò che mi piaceva di più di lei. Poi la canzone continua, non benissimo in effetti, bisognerebbe ascoltarla…
Sì, i pezzi vanno ascoltati bene, soprattutto quando sono scritti perché si ha qualcosa da dire.
Passando ai libri, ho appena finito di leggere un romanzino che si chiama Manette. È una storia tra un ragazzo e una ragazza, lui a un certo punto del libro decide di comprare delle manette, che poi diventano una sorta di gioco e ossessione.
Il senso è spiegato in una frase che dice: “Tutti hanno bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi”.
Tu credi che ci leghiamo alle persone (arrivando anche al punto di ammanettarle) perché non sappiamo stare soli?
Un po’ sì. In questo periodo sto riflettendo molto sull’argomento coppia-solitudine. Io ora credo di essere solo…
Be’ dalla solitudine nascono le canzoni…
Sì, anche se non sei mai solo perché fai parte di una comunità che giustifica la tua solitudine. Tornando al concetto di prima sul “bianco e nero” penso che ognuno di noi abbia una doppia vita, privata e pubblica. Penso che la tua solitudine acquisti un senso se hai una vita pubblica attiva, molto intensa e spensierata. In questo periodo mi incuriosisce parecchio la partecipazione attiva. Ti rendi conto di quante cose stupide siamo abituati a fare solo perché “le fanno gli altri”. Per esempio, da qualche tempo ho iniziato a correre. Prima correvo senza una metà, poi invece ho deciso di correre per andare in paese, anche a piedi si può andare. Puoi anche fare la spesa. Non capisco che senso ha prendere la macchina.
Insomma Ettore, ti piacerebbe che le persone tornassero alle loro azioni primarie…
Sì, alle abitudini umane. Ecco, dovremmo staccarci dalla generazione dei nostri genitori, che è sempre stata un po’ succube del consumismo e del “lo faccio anch’io perché hanno sempre fatto così”.
Ci sono delle canzoni nel panorama italiano che avresti voluto scrivere?
Ce n’è una, Hotel Supramonte di De Andrè. Mi piace molto la melodia.

Marco ed Ettore Giuradei (Photo by Francis)
A proposito di melodia, tu scrivi, ma tuo fratello fa la musica. Passiamo a lui la parola. Tu Marco hai una canzone che avresti voluto comporre?
MARCO G. Ce ne sono molte…Boogie di Paolo Conte, Cuore di Tenebra dei Baustelle.
È difficile fare musica?
ETTORE G. È un problema culturale. Devi sempre sperare di trovare dei grandi appassionati che si sbattono ad aprire locali dove questa musica possa girare. È che poi ci sono mille difficoltà, di orari, di permessi, di volume. E poi c’è una mancanza di curiosità, una scarsa abitudine ad andare a un concerto di un gruppo che non conosci. A Brescia si sta muovendo qualcosa. La Latteria, per esempio, è un locale che fa circolare nuove cose.
MARCO G. Bisogna fare musica di qualità, indipendentemente dal genere. Quando si punta alla qualità hai anche un pubblico, comunque.
Voi avete fatto due album: Panciastorie ed Era che così? Per ognuno qual è il pezzo che sentite più vostro?
ETTORE G. Tobia l’uomo delle stelle e Prendimi in un mazzo di fiorellini.
MARCO G. Un attimo prima di dormire ed Epilogo.
E il nuovo album quando esce?
A ottobre, abbiamo finito domenica di registrare i provini.
Per finire ho un’ultima curiosità. Perché quando fai i tuoi concerti, oltre a cantare, muovi la mano e il corpo come un matto?
Da una notizia che mi è arrivata di recente sembra che abbia dei problemi alla vista, ma non è assolutamente vero (ride).
Quindi sei semplicemente matto?
Sì, un po’ sì.
In realtà è come se inseguissi con il corpo le mie canzoni. È un modo in più per rimanere incollato alla gente.
Ho sentito Ettore per la prima volta qualche giorno fa e sono rimasto colpito dall’atmosfera che la sua musica crea: qualcosa di moderno, ma al tempo stesso profondamente legata al passato e alla tradizione. Le sue canzoni sono quasi delle ballate moderne, vere e schiette, velatamente maliconiche. Bravo…anzi bravi!
E.. ti vedo seduto lì
E..io nascosta qui
Dietro una quercia meravigliosa che..
Con la fantasia mi sa un po’ di me e di te..
Perché ci immagino scritti i nostri nomi…
E…poi ti vedo sul tuo bel motorino
Che con la fantasia trasformo in un cavallo bianco
E ti vedo uscendo dal portone di casa
Che piano piano si trasforma in un castello altissimo
E gioco E gioco con la fantasia (gioco con la fantasia)
E so che solo così posso averti per me ( x mee)
Perché in fondo so che sei mio
E realmente so che non è così..
Ti vedo sorridere con gli amici tuoi
E tra qualche tiro ad un pallone un’occhiata viene verso di me
Allora faccio finta di guardarti ma so
Che in realtà non posso fare al meno
Di vedere quello sguardo da bambino..
E gioco E gioco con la fantasia (gioco con la fantasia)
E so che solo così posso averti per me ( x mee)
Perché in fondo so che sei mio
E realmente so che potrebbe essere così.. ( così)
Mmm così…
I LOVE YOU
Così..
Così…
mmm…I Love You