Posted by Maria Zanolli in
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Spettacolo on 03 23rd, 2010 |
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Ci sentiamo al telefono e gli chiedo com’è andata a scuola perché Gianmarco è un cantante, ma anche un prof, insegna italiano e latino in un liceo linguistico di Brescia.
Mi dice: “Bene, abbiamo la gita in ballo, stiamo organizzando per andare alla Verna”.
Bei tempi quelli delle gite, penso. Ma non c’è spazio per i ricordi, l’intervista è già iniziata…

Gianmarco Martelloni - Photo Francisphotograph
“La cravatta rossa” è un pezzo del tuo disco. Nella canzone ti chiedi se è un indumento o un’arma. Che cos’è per te?
Per risponderti ti racconto com’è nata la canzone. Stavo guardando “Ultimo Tango a Parigi”. Proprio dopo la scena del tango, lei lascia lui per sempre. È un momento tristissimo, forse il più triste di tutta la storia del cinema…lui le corre dietro per strada e indossa una cravatta rossa. Quella cravatta è il simbolo del sangue che lui versa per lei, ma anche l’idea di un rapporto soffocante. Da questa suggestione è nata la canzone.
E tu la porti la cravatta…
Si, la porto spesso.
Dalle cravatte alla poesia. Qual è il tuo poeta preferito?
Dino Campana.
Ma davvero? È una scelta particolare, pensavo più a Saba o Montale…
Beh stiamo parlando di grandi, comunque. Campana mi piace perché ha saputo combinare in modo unico sperimentalismo e classicità, abbraccia aspetti quasi futuristi, a volta è una lingua che guarda all’indietro.
C’è un bel libro che parla di Dino Campana, si chiama La notte della cometa, l’hai letto?
No, ma pensa che me lo dicono tutti. Prima o poi lo leggerò.
Oltre fare il cantante sei anche un prof. Che cosa cercano i ragazzi oggi?
Ti risponderei utilizzando un pezzo degli Afterhours, ma invertendo il senso: “Sui giovani d’oggi non ci scatarro su”…
Sono molto meglio di come vengono descritti e il modo in cui si vestono non esprime assolutamente quello che sono in realtà. Certo, è la generazione facebook, messenger, internet, e questo mondo veloce fa sì che per fargli leggere un libro ci vuole un sacco di pazienza perché dopo poco perdono l’attenzione. Però sono svegli, curiosi, attivi, molto più della mia generazione. Pensa che al pomeriggio faccio un Cineforum volontario a scuola, guardiamo dei film insieme, ho sempre molti studenti, si appassionano, sono in gamba.
Ci dai qualche anticipazione sul nuovo disco?
Se intendi per le sonorità, sarà molto simile a come suono dal vivo. Un disco più istintivo rispetto al primo. “La superficie del mare” è stato un album lunghissimo. Sarà un po’ meno sul rapporto di coppia e sulla relazione, e un po’ più esistenzialista. C’è una canzone a sfondo teologico, una che parla di spettri…
La mia canzone preferita del tuo primo disco è “Volami per casa”. Quando la ascolto mi sembra di vedere una farfalla che vola…
È una canzone sincera, che ho fatto in mezz’ora e in cui non ho spostato una virgola.
Era proprio una necessità.
Quali sono i cantanti che stimi di più?
I cantautori italiani classici degli anni Sessanta e Settanta: Luigi Tenco, Piero Ciampi, ma anche Bruno Lauzi, Umberto Bindi, quel mondo lì.
E qualche voce straniera?
Damien Rice ed Eliott Smith. Smith tra l’altro è morto qualche anno fa. Si è suicidato accoltellandosi al cuore. Immagina che intensità di uomo…
E poi Florence and The machine.
Comunque un modello vero di riferimento non ce l’ho e a volte ti assicuro che è disorientante.
Ma tu vuoi fare la tua musica, no?
Sì, è vero.
Visto che sei un cantante-prof, mi piacerebbe concludere con il verso di una poesia.
Cosa ti viene in mente?
Un verso di Sanguineti che dice: “Oggi il mio stile è non avere uno stlle:”
Lascia i due punti sospesi alla fine. Mi ha sempre colpito.