A sedici e cinquantacinque in stazione. Lei arriva dalla capitale, ma in realtà vive a Milano ed è nata a Brescia. Il treno è in ritardo di cinque minuti, non mi sorprende e per la prima volta sono felice di stare lì ad aspettare.
Quell’attesa mi piace. Ha il profumo della cucina di mia madre, quando la torta di mele sta cuocendo nel forno e io m’immagino e aspetto di stringere il morbido impasto tra i denti. Cerco il suo viso tra le persone che si affrettano in quello spazio di breve nostalgia che è la stazione, penso ai treni persi alle 7.28 o a quelli presi al volo. Cerco una donna elegante, nei modi e nel portamento, mi ostino a trovare quell’immagine di sofisticata semplicità.
Poi lei arriva e quasi non mi accorgo. È al telefono, mi fa un cenno con la mano, le faccio strada mettendomi a debita distanza, non vorrei sembrarle invadente. Chissà quanto sarà impegnata, tra presentazioni di libri, articoli e recensioni, ristoranti, nuovi romanzi da scrivere, amici e parenti. E chissà che indaffarata è adesso, con il nuovo libro, le interviste, le parole. Centinaia, migliaia di parole. E quattro più azzeccate non poteva trovarle per un titolo. La cena delle meraviglie. Così inizia il nuovo romanzo che Camilla Baresani ha firmato insieme ad Allan Bay, il divertito e divertente racconto di una cena meravigliosa a cui la scrittrice, con la sua fantasia e il giornalista enogastronomico, con la sua maestria culinaria, hanno dato voce.
Senza pensare a Bay, qual è la tua cena delle meraviglie?
Di certo in una casa molto bella, ed è per quattro persone, un numero inferiore a quello della cena di Allan, dove si possa avere una conversazione meno frastagliata e più interessante, con tante portate, perché mi piace l’idea degli assaggi. Una cena lunga, che si trascini per due o tre ore, in cui ogni tanto arrivi qualcosa di nuovo e di squisito da assaggiare, una nuova meraviglia.
Un piatto meraviglioso…
Sì, un piatto meraviglioso. In Italia è davvero impossibile dire di aver assaggiato tutto. Mi piacerebbe, non so, una pernice cucinata, arrostita in un modo straordinario, anche perché la cucina non è stabile, come non lo è la letteratura. Io non riesco a credere che i cigni siano cattivi, non ci voglio credere…allora, direi, una bella ricetta gonzaghesca con i cigni!
«L’alta cucina è uno dei tanti modi per esprimere arte cultura e civiltà». Questa è una frase del tuo libro. Credi che oggi, nella nostra società globalizzata, si stia perdendo questo valore?
No, perché c’è tanta gente che è appassionata e incuriosita. Come sempre la nostra società ci lancia duecento messaggi diversi. Mi capita di andare a casa di persone che sono anche benestanti e potrebbero avere il modo e il tempo di cucinare bene e invece trovo il medaglione di tacchino impanato e surgelato. Piuttosto digiuno per dieci giorni. Poi, invece, ci sono persone che hanno passione. Sicuramente è necessaria un’educazione alimentare nelle scuole, magari si potrebbe inserire nella materia di scienze. Questa educazione andrebbe data perché altrimenti poi la gente non capisce, non sa.
Se dovessi fare un paragone tra il tuo carattere e un vino, quale sceglieresti e perché?
Bè, visto che siamo a Brescia, un buon Cabochon della Franciacorta.
Una ricetta da consigliare?
Per esempio, una cosa che consiglierei a tutti di farsi il vitello tonnato. Però fatto vero, in casa, senza la maionese, come da ricetta originale, in cui il sugo dell’arrosto è fatto con il girello di vitello unito alle acciughe, un po’ d’aceto, capperi e tonno. Una salsa davvero buona, una ricetta semplice che dà soddisfazione. Mi dispiace che non lo faccia più nessuno. Come vino, visto che saremo in estate, potremmo bere un Etna bianco che è molto secco e in botti d’acciaio. E, se posso dire le marche, un Cabochon di Monte Rossa.
Le tue origini sono bresciane. Può dirci tre ristoranti imperdibili sul Lago di Garda?
Sul lago a me piace molto Il Porto a Moniga perché è una cucina creativa, su base di pesce di lago. Più per tutti i giorni io vado molto volentieri in un posto che si chiama Il Cavallino gestito da dei sardi, fa pesce di mare ma sono appassionati nella scelta degli ingredienti, attenti e moderni nell’interpretare le ricette. Poi, il terzo, direi L’Ambasciata a Quistello, che non è a Brescia, ma è qui vicino, in provincia di Mantova. È memorabile. Per la bravura e l’accoglienza dei due fratelli Tamai. Se mai si stufassero, si perderebbe l’occasione per sempre di andare in un posto unico. Per il modo speciale con cui eseguono la cucina mantovana, per l’atmosfera.
Tre ingredienti essenziali per la tua vita?
Spaghetti! Verdure. No aspetta, carciofi. E poi pane, pane buono però e un buon salame.
Che salame?
Lo Strolghino il salame di culatello, oppure il salame mantovano.
Dolce o salato?
Salato.
Cos’hanno in comune la cucina e la scrittura?
Diciamo che tutte le forme di artigianato e creatività hanno un trade union. È l’impegno maniacale nel fare le cose bene, con precisione, il non voler risparmiare tempo a cui si aggiunge l’applicazione della persona intelligente e creativa che sulla base di regole non scritte, quindi di esperienza storica, ci mette del suo, dell’inventiva e modifica, innova un percorso tracciato. È il segreto di un buon romanzo, di un buon mobile in legno. L’intuizione e l’applicazione.
Qual è l’aspetto più bello del tuo lavoro?
Intanto che non saprei farne un altro… il più bello, direi che è la libertà e la schiavitù. Il fatto che io non debba andare a lavorare, non mi devo svegliare la mattina. Dall’altra parte c’è la schiavitù. Perché non hai orari, perché ogni cosa è un’idea, un probabile soggetto, uno stimolo intellettuale.
Hai ancora sogni nel cassetto?
Chi non ne ha è morto. Sicuramente sono legati alla scrittura, non dico di vincere il Nobel, ma, perché no? Voglio dire, non è che sto lì a pensarci, è un obiettivo. Direi, scrivere un libro che vada molto bene, con amori meravigliosi, platonici o no, bambini, cani. Io ho un tipo di scrittura legata molto alla contemporaneità. Non sono autobiografica ma prendo spunto dalla realtà e ho voglia di scriverla. E poi mi piacciono le ambizioni. Per me e per tutte le persone a cui voglio bene, sono ambiziosa anche per conto terzi.
Per certi versi la degustazione di un buon vino - come quello di una pietanza - il profumo che attraversa le narici, il sapore che scivola sul palato, è un piacere intenso e irresistibile e può essere una metafora della vita. Sei d’accordo?
Il cibo è il momento massimo della convivialità. La chiacchiera, l’idea, la notizia, l’informazione spesso avvengono a tavola. Poi, io non ho un animo punitivo e quindi mi piace godere delle cose belle. Ecco, le uniche cose che non mi stufano mai nel campo della bellezza sono: i cuccioli, assaggiare i piatti buoni e belli e i bei paesaggi. Per me la risorsa dell’umanità è la lettura. Ti metti lì in poltrona e conosci dall’Afghanistan alla Groenlandia nel giro di poche pagine, ti immergi in qualsiasi storia nel giro di poche pagine.
Allora a cosa vorresti brindare?
Oggi? Al nuovo libro che sto per iniziare e siccome le prime settanta pagine sono le più difficili e fino a quando non sei arrivato lì non puoi dire di aver davvero iniziato, brinderei, egoisticamente, al mio nuovo libro. Invece, pensando al mondo, brinderei alla pace. Che la gente smetta di sgozzarsi e scannarsi.
Un’anteprima sul soggetto in corso?
Rispondo utilizzando un’idea di Cesare Zavattini. Secondo lui il soggetto di un film che funziona deve poter stare scritto sul retro di una scatola di fiammiferi. Allora io lo trasmuto al libro, e siccome adesso non te lo potrei raccontare in così poco spazio, lo farò a romanzo finito.
la Baresani è proprio un tipo, l’ho vista ad un concorso di food. simpatica. segue la sua strada. mi sa che andrò in cerca del libro. brava!
Gent.ma Scrittrice Maria Zanolli,
ho bisogno di incontrarla per motivi di lavoro. I miei riferimenti:
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Cordiali Saluti lidia.marrese@virgilio.it