CARLO FERRINI, GENTLEMAN TRA I VIGNETI

È l’uomo più ambito tra i winemaker del pianeta. I suoi vini occupano i primi posti delle classifiche mondiali. Eppure lui sembra quasi non accorgersene. Con la sua simpaticissima parlata toscana, uno charme da uomo d’altri tempi, Carlo Ferrini è l’enologo che tutti vorrebbero. Con una grande passione: quella per la vigna. E per la vita.

Un momento dell'intervista con Carlo Ferrini

Un momento dell'intervista con Carlo Ferrini

«NELLA VIGNA SI FA TUTTO»
A LEZIONE DI VINO CON CARLO FERRINI

Con un bicchiere di Sauvignon in mano sorseggio il primo aperitivo. L’orologio segna cinque alle  8 e alla Bottega del Vino di Verona le salette sono quasi già complete. Sorrido agli avventori, faccio due chiacchiere distratte con il direttore e alcuni conoscenti che sono venuti apposta per l’occasione, ma con la coda dell’occhio guardo fissa l’entrata. Non manca molto, Carlo Ferrini sta per arrivare. Sono curiosa di incontrarlo.

Ferrini è attualmente uno dei più importanti enologi al mondo, consulente per grandissime e rinomate aziende italiane, solo per fare qualche nome, le toscane Barone Ricasoli e Brancaia, l’abruzzese Valle Reale, le siciliane Tasca d’Almerita e Donnafugata, la trentina San Leonardo dei Marchesi Guerrieri Gonzaga.

Mentre ripasso a mente le sue vicende eccolo che sbuca dalla porta, si guarda intorno cercando un cenno, gli vado incontro. Indossa una giacca sui toni del verde, maglione blu e camicia a righine, look informale e curato, lo sguardo è vispo, due occhi azzurri pieni di luce. È un gentleman fin da subito, ha un modo di fare molto garbato, sa metterti a tuo agio e con quella parlata toscana ti conquista dalla prima parola.

Dopo le presentazioni scendiamo in cantina. L’atmosfera è calda, le bottiglie ci stanno a guardare e l’emozione si fa più forte: siamo con un maestro del vino e dalle prime impressioni sento che sarà, sì, una lezione sul vino, ma anche di vita. E così è stato.
Ci sono persone che sanno trasmettere più di altre. Lo sanno fare perché vivono la propria esistenza credendo in ciò che fanno e l’affrontano con umiltà e coraggio, sempre pronti alla sfida con quella dose perfetta di curiosità e ambizione che fa creare cose grandi. Non per il successo – anche se a partire da Wine Spectator tutti glielo riconoscono – ma perché andare per vigne, cercare le zone giuste per un vino nuovo, tastare la terra, stare al sole tra i vigneti e studiarne gli aspetti, confrontarsi con le persone per capire cosa vogliono e cercare la strada migliore per trovarsi, insegnare ai ragazzi cosa vuol dire fare un vino partendo dal terreno, dalla concimazione alla potatura delle piante, è quello che gli piace fare, è la sua vita. E lo fa davvero bene,  lasciatemelo dire, con grande stile.

PARTIAMO DALL’INIZIO: CHI è CARLO FERRINI? COME È NATA LA SUA PASSIONE PER IL VINO?

La mia passione per il vino è nata nella maniera più casuale del mondo perché, in realtà, a me interessavano le vacche da latte, sicché immaginiamoci un po’! Mi piaceva allevare vacche, fare latte e formaggi. Poi, la vita è così, si sa, sono andato a chiedere una tesi all’università di Zootecnia ed era tutta piena allora sono andato a Microbiologia ed è venuto fuori il discorso di una tesi sul vino. Da lì ho conosciuto il Consorzio del Chianti Classico, dove sono stato poi per dieci anni. Negli anni Ottanta, tanto per dare un’idea, gente che andava in giro per la vigna non ce n’era quasi nessuna, mi sentivo un po’ un medico in Africa, ti fai un’esperienza pazzesca perché si andava a fare delle consulenze per il consorzio alle piccole-medie aziende – che voleva dire l’80% di allora – dove ancora non c’era una barrique, l’acido malico non si sapeva neanche cos’era, c’era la pratica di rifermentare il Sangiovese, in Toscana erano tutte botti in castagno, qualche volta anche in Cipresso, se c’era del rovere era di Slavonia, la Francia era abbastanza sconosciuta.

C’ERA DA LAVORARE…

C’era da lavorare tantissimo. A me vien da ridere perché oggi si rimpiange il Sangiovese di una volta, ma ricordiamoci che nel Chianti Classico di quei tempi c’era solamente il 50% di Sangiovese e il resto era tutto uva bianca e Canaiolo, più ovviamente il mosto meridionale. Il cambiamento vero è stato nel 1984. Oggi si rimpiange il Sangiovese,  ma la gente bisognerebbe che, quando parla, sapesse ciò che dice.

QUINDI 10 ANNI DI ESPERIENZA PAZZESCA AL CHIANTI…

Sì, con il progetto Chianti Classico 2000. Quando si fece, quando lo feci,  l’università di Firenze e di Pisa me lo buttarono su un tavolo che era il doppio di questo, i professori presero la brochure che avevo preparato e me la buttarono, mi dissero che era un progetto irrealizzabile, era il 1987. Oggi credo che la grande svolta in Toscana l’abbia data quel progetto. Un’idea pazzesca, bellissima.
Poi è arrivato l’anno ’91, io ho sempre detto che se uscivo dal Consorzio andavo a fatto il consulente. E poi nel 1991 mi arrivò l’offerta da un’azienda molto, molto importante. Mi ricordo il primo anno che andai al Vinitaly: quando i rappresentanti sentivano dire che io ero il nuovo consulente dell’azienda chiedevano al proprietario se era pazzo.

E DIREI CHE SI SBAGLIAVANO DI GROSSO…

Forse sì, comunque, niente, si è partito così, nel 1991, le primissime aziende erano Poliziano, La Massa, Le Corti, c’era Casanova dei Neri saranno state sei-sette aziende.

LEI CARLO, LO SAPPIAMO BENE, È UN UOMO DI VIGNA…

Sì, la mia passione è la vigna.

QUINDI, CI DICA, COSA SI FA NELLA VIGNA?

Si fa tutto. Io dico sempre che un grande vino si può fare anche sfruttando la cantina, però il grandissimo vino si fa solamente in vigna, la mia grande sfida è soprattutto di andare a cercare terreni nuovi per fare la vigna. E che vuol dire far la vigna? Scegliere il posto, l’altezza, l’esposizione, il sole giusti, il numero di piante ideali, e poi, secondo me, e qui si entra in ciò in cui credo ciecamente, io non sono convinto del monovitigno. Molti, sentita questa affermazione mi dicono che allora non sono in grado di fare, che ne so, un Brunello puro, ma non è questo il discorso.  Penso che sia più importante avere la possibilità di fare un vino con diversi colori e siccome l’azienda non ha un solo tipo di suolo, di altitudine, di esposizione, di conseguenza io devo capire cosa mettere al posto giusto. Solo dopo aver conosciuto a fondo il suolo posso arrivare a capire anche il vitigno adatto per quel posto.

E I DISCIPLINARI SUI MONOVITIGNI?
Oggi abbiamo appunto dei disciplinari monovitigni e quindi bisogna adeguarsi, cercando all’interno dell’azienda il posto migliore per quel vitigno e negli altri posti non piantare niente. La forza dell’azienda è quella lì.

CI FA UN ESEMPIO?

Io faccio sempre l’esempio di Casanova dei Neri, l’ho conosciuto quasi 20 anni fa, lui era proprietario di un’azienda di 250 ettari che potevano essere tutti piantabili nel Brunello di Montalcino. Eppure lui ha avuto il coraggio di darmi fiducia ed è andato prima a cercare un pezzo di terra in un altro versante e poi in un altro ancora e con questi tre versanti credo, giustamente, sia riuscito a fare un grandissimo vino, che poi due anni fa è stato premiato in tutto il mondo. Per fare questo non basta solamente la forza economica, ci vuole la testa.

TRA L’ALTRO NOI ABBIAMO RACCOLTO ALCUNI COMMENTI DI AZIENDE CON CUI LEI HA LAVORATO. SA CHE LEI È AMATISSIMO? CI HANNO DETTO CHE COLLABORARE CON LEI È FANTASTICO. CREDO SIA INTERESSANTE CAPIRE, ANCHE PER I GIOVANI ENOLOGI, COME BISOGNA LAVORARE CON LE AZIENDE.

Io credo di essere  molto diverso dai miei colleghi, prima di tutto perché sono uno che rompe le scatole, se c’è da fare qualsiasi cambiamento lo voglio sapere, ma soprattutto, alla base di tutto, ci sono i miei ragazzi. È la nostra grande scuola. Mi arrivano ragazzi da tutte le parti che vorrebbero lavorare con me. Bene. Allora come si fa? Li metto a fare gli operai in un’azienda, dove ci  possono stare anche per sei mesi, un anno. Possono stare a potare dalla mattina la sera, a zappare, a stare in vigna o in cantina a pulir botti. Quando è passato un certo periodo di tempo, se c’è un posto di responsabile, vengono assunti  e questo è un qualcosa di importantissimo, un patrimonio per l’azienda perché il ragazzo è pronto e preparato e a me permette di avere mille occhi sulle aziende. Anche se vado una volta al mese, loro sanno già come voglio la potatura, la concimazione. Poi, al tempo stesso, do a questi ragazzi la possibilità di fare esperienza, e si divertono, si ritrovano tra di loro…si fanno delle cene magnifiche!

E DA QUI NASCE LA PASSIONE…

Sì, che è poi anche la voglia di stare insieme. Molte volte addirittura ci sono delle aziende in cui i ragazzi fanno riunioni tra di loro, ci sono aziende in cui il proprietario non vuole che io risulti il consulente. ‘A me non me ne frega nulla’. E forse è anche per questo che gli sto più simpatico. Come per i ragazzi che hanno più libertà e ciò li rende più autonomi, io non sono il consulente che gli dà la ricettina.

CAMBIANDO ARGOMENTO, SO CHE È APPENA TORNATO DALL’AMERICA, COSA SI DICE DEL MERCATO, COME VA QUELLO ITALIANO?
Più che il mercato americano mi sembra si possa parlare di un mercato mondiale. Ho modo di chiacchierare molto con i proprietari. A me sembra che l’America abbia i suoi problemi enormi, l’Inghilterra non ne parliamo, ma guardiamo anche a quelli che erano i paesi emergent, la Russia, il Giappone, anche loro arrancano.

MA HO SENTITO IL DIRETTORE DEL VINITALY ED è OTTIMISTA.

Bisogna essere ottimisti! Però in questo momento io lo debbo dire con tutta franchezza che è la prima volta che vedo in trent’anni la crisi nell’agricoltore, nell’azienda importante e nel commerciante. Di momenti di crisi nel vino ce ne sono stati credo sette-otto, però di solito in un momento difficile  andava male a un settore e bene a un altro. Invece oggi mi sembra ci sia un fermo, un blocco. Anche il vino di base, quello che costa nulla, è in crisi. Ci sono stati abbassamenti di valore incredibile, il Chianti Classico da quasi 400euro dell’anno scorso è passato a 200 euro, parlo del vino sfuso. Manca il credito ai commercianti e mancano, nello stesso tempo, i paesi emergenti come la Russia, qui l’unico che mi sembra si salva è il Canada, ma anche loro hanno problemi.

TRA I VINI CHE HA FATTO CE N’è UNO CHE L’HA EMOZIONATA DI PIÚ?
Tutti.

E CE NE RACCONTA UNO?

Tutti hanno il loro fascino. Il prodotto vino non è un bicchiere, un oggetto. Se non c’è passione, non si fa nulla. Io ho lasciato due e tre aziende perché non sentivo l’amore. Quando fai un vino è qualcosa di magico, incredibile, non è come fare un biscotto industriale. E poi ogni azienda ha il suo fascino, è un’esperienza unica.

E ULTIMAMENTE CHE COLLABORAZIONI CI SONO IN BALLO?
Posso dire che finalmente ho raggiunto il mio ultimo obiettivo, mi mancava la ciliegina. Ho convinto una persona a comprare un’azienda in un posto e ora ce l’ho e sono problemi miei! Perché non sanno cosa farà un Toscano in Piemonte!
Mi mancava il Barolo, lo cercavo da anni e anni e ovviamente un piemontese non ti dà mai una soddisfazioni. Lo sai, no, cosa si dice? Se trovi un buon toscano, fumalo. E ora si comincia l’avventura!

MA NON SONO FINITI I SOGNI?
No, di sogni ce ne sono tantissimi, però questo mi mancava da anni.

QUINDI è UN BEL TRAGUARDO!
Sì, così come mi mancava la Sicilia negli anni Novanta e poi arrivata. Ma la vita mia è bella! Perché potrei raccontare non so quanti aneddoti, di come sono venuto a contatto con queste persone, collaborazioni sempre iniziate su una battuta, non troppo serie, voglio dire, io sono molto serio sul lavoro, ma poi arriva a un certo punto che ci si diverte, è così questo lavoro.

E SE NON AVESSE FATTO L’ENOLOGO?
Vacche. Formaggi, che non è detto che non li faccio…passerà qualche annetto e poi quando sarò un po’ più vecchio, chi lo sa? Mi basterebbero cinque vacche da latte per fare formaggi…



One Comment

  1. Anselmo wrote:

    Davvero un gran uomo ed un amico che sa sempre starti accanto nelle decisioni importanti. Bella intervista complimenti rispechia davvero chi è Carlo Ferrini.