INTERVISTA A JAMES SUCKLING

L’italiano lo parla bene, ma gli è rimasto quell’accento americano che rende ancora più piacevole la conversazione.
Lui è il guru della critica enologica internazionale.
Per 29 anni è stato il corrispondente estero di Wine Spectator per l’Italia e l’Europa.
Un lavoro che ha amato moltissimo e che ha deciso di lasciare un paio di mesi fa.
Ma la sua storia e il suo amore per il vino non finisce qui.

Dentro un garage di San Diego, proprio come è nata la famosa azienda di computer Apple, trent’anni fa si mettevano le basi di quella che sarebbe diventata la rivista numero uno al mondo della critica enologica internazionale, Wine Spectator.
Un’altra storia americana: inizia tutto con poco, quasi nulla, qualche centinaia di copie e di lettori. E poi pian piano il business si allarga, fino a diventare incontenibile.
A quei tempi un giovane ragazzo californiano, mentre si stava laureando in Scienze politiche e Giornalismo e scriveva di cronaca per un quotidiano locale, trova un annuncio sul Los Angeles Time.
“Era un piccolo annuncio in fondo al giornale. Quando ho letto l’offerta di lavoro di Wine Spectator ho pensato subito che avrei potuto provare. L’idea era quella di fare un’esperienza breve, prendere qualche soldo, e poi rimettermi sulla mia strada di giornalista attivista. E invece ci sono stato per 29 anni”.
Le cose a volte nascono per caso e poi diventano la tua vita.
Così è stato per James, una persona davvero interessante che ho avuto l’occasione di conoscere intrufolandomi in una sua cena con la famiglia al relais Il Falconiere.
C’erano i suoi due figli, la compagna Rosanne e una tavola elegante affacciata su un luogo incantato immerso nella meraviglia delle colline toscane.
Tra un sorso di rosso e un assaggio, ho avuto l’onore di chiacchierare con l’esperto di vino che mi ha raccontato la storia di una passione vera.

Per la prima volta quest’anno il Tuscan Sun Festival di Cortona ha deciso di dedicarsi all’enogastronomia e tu James sei stato scelto come critico enologico.
Secondo te c’è un legame tra vino e musica?
Sì, assolutamente. Con Barrett Wissman, il direttore del festival che è anche un mio caro amico, era da qualche tempo che parlavamo di arricchire l’evento con alcuni momenti dedicati all’enogastronomia e finalmente siamo riusciti ad organizzare delle degustazioni interessanti.

Il grande vino è come la grande musica: è emozione. Il vino di alta qualità è quello che ci fa emozionare, così come la musica, come l’arte, come l’amore.
Stimola tutti i sensi…
Sì, esatto. Se ci pensiamo bene non ci sono tanti prodotti al mondo che toccano tutti e cinque i sensi. Il vino lo puoi vedere, si può sentire, si può assaggiare e toccare e si può anche ascoltare.

So che presenterai, insieme alla moglie di Sting Trudie Styler, una degustazione di vini biodinamici. Qual è il tuo parere sul biodinamico in generale?
Adesso il biodinamico e il biologico sono molto di moda.
Io credo che prima di tutto il vino debba essere buono. Poi si può fare biodinamico e biologico, ma la cosa più importante è la qualità del vino. Ci sono tanti produttori nel mondo che parlano e dicono “io faccio organico o biologico”, ma a volte non sono seri, perchè mi è capitato di assaggiare il vino di quei produttori e spesso non è buono.

Insomma, non sei tanto convinto?
Diciamo che il rischio è quello di mettere in secondo piano la qualità del vino.
Per alcuni amici è diventato quasi una religione e dicono: “Se il vino non è biologico non mi piace”. Per me è ridicolo. In generale sono d’accordo sul fare le cose senza chimica, ma soprattutto rispettando l’ambiente. Questo è molto importante, molto più del biologico.
A volte si utilizzano dei prodotti organici molto meno efficienti di altri e allora va a finire che, per esempio, si usa il trattore tre volte, oppure si fanno altri sprechi. Insomma l’argomento non è facile.

Comunque le idee alla base dei prodotti organici o biologici sono buone…
Sì, certamente. C’è anche da dire che stiamo assistendo a un cambiamento generalizzato delle scelte dei consumatori. Oltre a voler bere vini biologici, mangiano anche biologico. Questo è un bene.

Dalle notizie di questi giorni ho saputo che non sei più il corrispondente di Wine Spectator.
È stata una decisione pacifica?
Sì, è stata una scelta serena.

La tua storia con Wine Spectator risale agli esordi della rivista. Com’erano i primi anni e qual è stata la formula vincente che ha fatto diventare il periodo americano punto di riferimento mondiale per la critica enologica?
Tutto è iniziato in un piccolo garage di San Diego con quattro agenti, avevamo 800 lettori. Parlavamo del vino californiano e italiano.

Tu facevi già il giornalista?
Ho lavorato per 5 anni come giornalista di cronaca, mi piaceva molto il giornalismo d’inchiesta.
Ero un attivista convinto, e poi chissà come mi sono trovato a scrivere di vino.

In casa c’era la passione per il vino?
Mio padre era un grande collezionista, io sono sempre stato più interessato a giocare a tennis e bere birra…

E come sei arrivato a Wine Spectator?
Quando sono tornato a Los Angeles non c’era possibilità di trovare lavoro come cronista al Los Angeles Time, ma proprio su questo giornale ho visto una piccola pubblicità di Wine Spectator. Così ho deciso di contattare la redazione. Ero convinto che sarebbe stato un lavoro di 3 mesi e che poi avrei continuato la mia strada nella cronaca. E invece ci sono stato per 29 anni.

Una storia intensa. Visto che ormai sei un esperto riconosciuto, ci puoi dire qual è il momento più importante della degustazione? Quando si coglie il senso del vino che si sta assaggiando?
Prima di tutto, per trovare il senso del vino bisogna degustarlo quando il palato è fresco e pulito e quindi di mattina. Il grande vino lo scopri subito e sempre con il naso: puoi sentirne la complessità, la raffinatezza, la pulizia. Quando si degusta un vino la cosa importante non è il primo impatto, ma la trama, il corpo e tutta l’armonia, il senso che rimane nel palato. Più rimane in bocca più è buono.
A volte i nuovi produttori italiani, ma anche quelli australiani e californiani, pensano troppo al primo impatto e dopo è ti ritrovi con un vino “corto”. Per me, invece, l’aspetto più importante è l’ampiezza del vino in bocca. Sono tutte cose che ho imparato fin dalle prime degustazioni nel 1983 a Bordeaux.

So che sei anche appassionato di sigari, qual è il tuo preferito?
Il mio preferito è il Cohiba Siglo VI. Il sigaro buono deve essere cubano.
Cuba è come Montalcino per il Brunello. La cosa interessante dei sigari e dei vini è che seguono gli stessi principi. Fondamentale è il concetto di terroir. Piña del Rio è il terroir del sigaro cubano. Ogni annata si fanno sigari diversi, a seconda della fermentazione del tabacco, dell’invecchiamento…

E per i vini? Ci consigli una zona da scoprire, anche all’estero?
Per me la miglior zona per degustare i vini è il Piemonte. Amo molto la cucina piemontese, si sentono ancora fortissime le tradizioni, è una cucina di famiglia e c’è un’importante cultura di contadini.

Però hai scelto la Toscana per vivere, come la mettiamo?
La Toscana è meravigliosa, però i produttori in Piemonte sono più piccoli, sono tutti vignaioli.

Sul tuo profilo di Twitter aggiorni ogni giorno il tuo stato raccontandoci le tue degustazioni. Tu credi possa esistere un vino 2.0? Qual è l’evoluzione dell’enologia sul web?
Oggi tutto è internet, I-Phone, Twitter… Credo che i video, nel mondo enologico, saranno sempre più importanti. Ci sono tante persone che vogliono conoscere i vini e con i video si possono seguire le degustazioni. La carta stampata non ha questo impatto.

Non credi che però il mondo di internet dia troppa informazione, spesso poco precisa?
Sì, ma non solo internet. Anche le riviste di settore, lo stesso Wine Spectator, Gambero Rosso. Certo, può essere interessante avere 20mila note di degustazione, ma per il consumatore sono troppe.
Anche quando vai al ristorante e leggi il menù dei vini sembra una Bibbia… bisogna diventare più semplici.

Hai progetti in questo senso?
Ora che sono in “pensione” ho deciso di fare eventi dedicati al vino, come quello del Tuscan Sun Festival. Ho anche in programma alcuni progetti di beneficenza.
E ovviamente continuerò a fare il critico.

(Articolo pubblicato su Baccus, luglio-agosto 2010)