DOVEVO INTERVISTARLA DUE ANNI FA
Dovevo intervistarla due anni fa. Veniva a Brescia per un evento, ci avrebbe parlato di poesia. Ero d’accordo con il giornale che avrei fatto un bel pezzo. L’aspettavo in quella stanza grande e preziosa, con le poltroncine comode e il soffitto pieno di storie.
Bisogna sempre guardare quello che abbiamo sopra la testa, mai mancare all’appuntamento con il cielo o con la luna. “La luna s’apre nei giardini del manicomio, / qualche malato sospira, / mano nella tasca nuda. / La luna chiede tormento / e chiede sangue ai reclusi: / ho visto un malato / morire dissanguato / sotto la luna accesa”.
Così, nell’attesa di Alda, stringevo sulle gambe i suoi libri: L’altra verità, Vuoto d’amore, Titano amori intorno, Ballate non pagate, La volpe e il sipario, Superba è la notte, Clinica dell’abbandono e guardavo nei titoli le parole che mi piacevano, l’altra, amori intorno, ballate, volpe, clinica, e ci trovavo nuove poesie che ho ancora in testa e poi magari un giorno scriverò.
Le scriverò, come dici tu, Alda, “sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero”. Le più belle poesie si scrivono anche così e tu ce l’hai insegnato bene.
Tu che hai riso per una vita intera con una tristezza immensa, come ho fatto anch’io per lui che “mi fa ridere, ridere di una tristezza immensa, per come sei finito, per come sei che non eri, per come sei che non si torna indietro, e rimarrai in un piatto, a fine pasto”.
Scusami Alda, perdona la mia poesia che qui non centra niente, non è questo il luogo, qui c’è solo spazio per te, per il tuo pensiero, “pensiero, io non ho più parole” hai scritto una volta.
E il tuo pensiero io l’ho seguito, leggendo le tue poesie in ginocchio e non incontrandoti quel giorno, purtroppo.
Eri troppo affaticata, ci hanno detto.
Ma quando la tua voce è arrivata nella sala da un telefono d’altri tempi, dalla mia poltroncina comoda ho sentito un rumore, un rumore lontano, di crosta di pane e neve, di pensieri che non hanno più parole e l’ho ascoltato Alda, come dici tu:
“Ascolta, il passo breve delle cose / – assai più breve delle tue finestre – / quel respiro che esce dal tuo sguardo / chiama un nome immediato: la tua donna. / E’ fatta di ombre e ciclamini / ti chiede il tuo mistero / e tu non lo sai dare”.
Eppure tu, Alda, ce l’hai dato. In un primo novembre con un vento di aprile.
E ti ho immaginata lì, al tuo funerale, seduta sui banchi della chiesa, con i tuoi occhi strani e la voce di pane, avresti detto “Ma quanta gente! Tutti qua per me? Ma no, non preoccupatevi, andate a casa, leggete le mie poesie, fate l’amore”. Andiamo.
Ciao Alda.
è sempre piacevole leggerti mary
buona giornata
alda…