DA CERTI VOLTI, UNA PAROLA: DINO DECCA

È sempre stato sopra il letto di mia nonna. Per anni. E quando andavo a trovarla me ne parlava ogni volta, fra qualche aneddoto sulla guerra e molti ricordi sfuocati. «È del Decca» diceva, «tuo nonno lo conosceva bene. Eravamo vicini di casa, abitavamo di fronte al suo studio in via Solferino. Dino viveva proprio sopra al nostro negozio». Poi il discorso si fermava negli occhi lucidi di mia nonna. Perché quel quadro, quella splendida Madonna dedicata “con tanta stima” al “Comm. Mario Noselli” era arrivata a casa la sera del 5 giugno 1972. Proprio in quei giorni mio nonno, dopo una brutta malattia, se ne andò per sempre.
Nel 1972 Dino Decca aveva 37 anni e stava iniziando a raccogliere i frutti di una vita dedicata all’arte. Il suo amore per la pittura nasce molti anni prima, all’età di 14 anni, quando il giovane ragazzo dagli occhi azzurri frequentava le scuole industriali. Erano gli anni del dopoguerra, la sua famiglia era sfollata a Flero e come scrive Luciano Morandini sul «Corriere Lombardo» del 15 maggio 1959, erano i tempi in cui «si recava a far legna nei boschi con un pezzo di pane biscottato in tasca, l’inseparabile taccuino e un mozzicone di matita e tornava a sera con il suo fastelletto di rami secchi e due scarabocchi da mostrare agli amici».
La realtà, la necessità e l’attaccamento alle cose quotidiane, sono fin da subito un tutt’uno con la vita dell’artista, una giovinezza intrisa di piccole cose, di quel poco che si riusciva a racimolare, di profumo d’erba e di campi, di mattine a svegliarsi presto e guardare il giorno, di lunghi viaggi in bicicletta con la cassetta dei colori per non farsi sfuggire nulla e, a mezzanotte di un giorno d’estate, per raggiungere Milano e i suoi miti, Brera e Palazzo Reale. Entrare nella vita di Dino Decca è un po’ come aprire quei cassetti segreti dove le mamme mettono i gioielli, le lettere d’amore e i ricordi più preziosi. Sì, perché si tratta della vita di un vero artista, nella più ampia accezione del termine. È lui stesso a dirlo in un’intervista quando gli viene chiesto quale posto occupa l’arte. «Il primo. Non esiste niente al di fuori dell’arte. Se uno si dedica con passione ad essa, è l’unico credo». Eppure Dino provava la stessa devozione per la vita. Per le donne che amava ritrarre, per i vecchi e la loro solitudine, per i cani amici fedeli, per i paesaggi delle sue giornate al mare in Abruzzo, per la natura morta che dipingeva osservando i frutti dalla natura. Raccontava il passare del tempo, i pensieri profondi dell’universo femminile, le inquietudini di chi era arrivato alla fine. Arte e realtà, per Dino, non erano in fondo la stessa cosa?
Certamente, e quest’estrema unione si avverte in quel magico santuario che è stata la sua casa negli ultimi anni di vita. Ci sono i suoi quadri, appesi su tutte le pareti, il pianoforte che faceva suonare ai tanti amici nelle lunghe serate a parlare di poesia e arte. C’è, ad accogliermi, la sua seconda moglie, Betty, che mentre mi parla del Dino tiene in mano e sfoglia con emozione le pagine delle sue inseparabili agendine. Anche dall’ospedale, negli ultimi giorni della sua vita, che si è spenta alla fine di ottobre del 1999, Dino disegnava. Mi colpisce un soggetto, in particolare, un paesaggio francese, mi spiega Betty. L’esperienza parigina è stata per il pittore una tappa fondamentale della sua professione. Una carriera che, come si diceva, inizia precocemente con alcuni maestri fondamentali come Emilio Pasini, Domenico Lucchetti e il cremonese Emilio Rizzi, prosegue con gli studi all’Istituto superiore d’arte Paolo Tosci di Parma, si affina dal 1959 con l’attività di insegnamento alle scuole medie statali e sfocia tra gli anni Sessanta e Settanta con le mostre, i riconoscimenti, i corsi per l’AAB e la scuola di Flero che il pittore aprì nel 1985 e dove tuttora si porta avanti la sua eredità. Ma i suoi cicli artistici più importanti furono indubbiamente quelli francesi aperti a Parigi nella prestigiosa Galleria Bernheim-Jeune, nel cuore della capitale, in Faobourg Saint Honorè nella primavera del 1972. Decca è applaudito a Parigi e la sua bravura suscita l’interesse di grandi personaggi che cominciano a commissionargli ritratti e a intrattenere relazioni di amicizia e di stima reciproca. Parliamo dei principi d’Orleans, dell’attrice Michele Morgan, del famoso parrucchiere Alexander. Betty mi mostra con amore le lettere vergate con il marchio reale.
Il successo era arrivato, riconosciuto e alla luce del mondo: il bresciano Decca era amato a Parigi e decise così di aprire uno studio nel quartiere “La Defense”. E, anche in questo caso, dovendosi confrontare con realtà così distanti nell’immaginario collettivo, Dino Decca riusciva ad essere, prima di tutto, un amico. Era amico della principessa e dell’attrice, così come dei suoi allievi alla scuola, così come della gente che non lo capiva. A quelli che lo criticavano perché lo ritenevano “fuori dal tempo” lui diceva ironicamente: «Io non ho mai preso nessuno per la cravatta a comprare i miei quadri». C’era anche – ed erano tanti – chi lo difendeva, come Giorgio Nicodemi che in una sua riflessione del 1966 spiega perfettamente la pittura dell’artista. «Non si deve dimenticare che ancor oggi, quando ansiosamente sono tentate da ogni parte le esperienze di una modernità che trasforma dati della realtà e della fantasia per ottenere nuove espressioni, ci sono vivi artisti capaci di ricorrere alla visione delle cose per dire i loro sentimenti. Per quanto a ognuno possano essere care le audacie della modernità, non c’è motivo per non soffermarsi a guardare chi opera seguendo, in nuove originalità felicemente conquistate, le inesauste vie della tradizione. I lunghi anni trascorsi nel seguire i movimenti artistici nei tempi antichi e in quelli nostri mi inducono sempre più a guardare con simpatia commossa gli artisti che sanno affidarsi alla loro sincerità».
Decca nelle sue figure era autentico. Fedele alle linee di un corpo, alle forme di un paesaggio, alle prospettive. Sicuro ed esperto nel tratto, non un pittore d’impulso ma di meditazione, che sapeva pulire, togliere, perfezionare. E da questo rigore, da una straordinaria abilità plasmata con lo studio e la professione sapeva far emergere l’inatteso: un respiro, un silenzio, un profumo. Da certi volti, una parola.

(Pubblicato su “Stile Arte”, novembre 2008)



3 commenti

  1. Alfredo wrote:

    Ciao, permettimi di disturbarti – e di darti del tu – ma mi ha colpito questo post. Mi chiamo Alfredo Bonera, sono un maestro d’arte, ho 38 anni e, nonostante gli anni, nel mio cuore porto ancora il ricordo dell’uomo-artista Dino. Abitavo sullo stesso pianerottolo del suo studio in via Solferino, lo conoscevo, e da piccolo mi lasciava scorrazzare in quelle stanze piene di ombre e di segni. Ancora sento il profumo di quelle tele, del suo lavoro, del suo sentire la realtà come emozione.
    L’emozione che arricchisce, donandoti una ricchezza interiore sempre più grande e forte.
    Bene, volevo ringraziarti per questo tuo ricordo perchè hai ridestato certe sensazioni che hanno avuto grande importanza per la mia crescita. Di lui ho un ricordo sfocato, troppi anni sono passati, ma ancora lo vedo, serio e laconico, spiegarmi l’importanza della luce che colpisce dei corpi…
    Ero piccolo, certo, ma è da lui che ha avuto inizio il mio interesse per l’Arte.
    Grazie.