DOTTOR DESIGN: GIULIO IACCHETTI

Giulio Iacchetti - DesignerAppassionato, brillante. Alla prima email Giulio risponde con garbo e disponibilità. Ci diamo del “lei” – e lo stile non tradisce -, la conversazione prosegue per alcuni giorni, si racconta, mi racconto.

Non nascondo il mio entusiasmo per la sua capacità creativa e gli faccio i complimenti per il portasapone che ha presentato al Cersaie, gli dico che senza poesia non c’è design. Mi confida che il portasapone è un’idea che ha amato anche lui. Sta per partire per Lisbona, perché è l’autore di un nuovo lavoro, il progetto di una cucina che sarà prodotta da una casa portoghese. Gli descrivo Casaresart e gliene mando una copia. Dopo qualche giorno mi scrive. Ha ricevuto la rivista e gli è piaciuta e così, con mio grande piacere, Giulio decide di concedermi un’intervista. Direi…un grande designer e un perfetto gentleman.

Come nascono le tue creazioni?

Dall’osservazione disincantata della vita quotidiana. Il designer è come il medico: non smette mai di fare diagnosi, in ogni luogo della vita si cela una miniera di stimoli per un progettista.

Secondo Giulio Iacchetti, nella progettazione di un oggetto viene prima la sua funzione d’uso o l’estetica?

La questione forma/funzione non è più un tema che mi interessa…noi per primi non ci accontentiamo più che un oggetto, possibilmente ben disegnato, espleti in modo ottimale una prestazione d’uso: vogliamo di più da qualcosa che probabilmente ci accompagnerà per un tratto più o meno lungo della nostra vita. Personalmente mi piace molto lavorare attorno a questi valori “marginali” dell’oggetto, credo che nella paletta ammazzamosche “Bye Bye Fly” si colga in modo esemplare il senso del mio lavoro.

Qual è l’opera a cui sei più legato?

Amo gli oggetti “autonarranti” in grado di raccontarsi senza bisogno di didascalie o di presentazioni: lo spremiagrumi  “St.Peter Squezeer 8×1000″ e il formaghiaccio “Lingotto” sono oggetti parlanti che amo particolarmente.

Quale consiglio daresti a un giovane designer?

Forse di non ascoltare consigli: se un progettista è tale obbligatoriamente deve disegnare in modo originale ed innovativo il suo percorso professionale, non ha molto senso seguire strade già battute.

Quando progetti un nuovo oggetto, c’è qualcuno a cui chiedi “Com’è”?

Certo! Dispongo di un gruppo di colleghi e amici che sin dalle prime fasi di sviluppo di un’idea intervengono con giudizi, consigli, incoraggiamenti o stroncature nette. Ascolto tutti e poi decido sentendomi libero di contraddirli.

L’emozione o il commento più bello che ha ricevuto dopo la presentazione di un tuo nuovo oggetto?

Si dicono tante cose quando si presenta un nuovo oggetto, ed in quelle occasioni si tende a fare un uso parsimonioso della sincerità. I commenti più belli, perché schietti e sinceri, mi sono arrivati dalla gente comune in visita alla mostra relativa agli oggetti disegnati per la coop: l’esposizione si teneva infatti in un supermercato dove non c’è posto per il glamour e pareri edulcorati, lì i complimenti avevano il sapore della verità pura e semplice.

Perché ami il tuo lavoro?

Progettare per me è un solido pretesto per riempire i giorni della vita. Non è così cruciale per le sorti del mondo disegnare una nuova sedia, ma sono per me vitali tutti quei rapporti umani che il progetto di una nuova sedia obbligatoriamente spinge a creare ed a sostenere. Parlo dei miei oggetti, ma in realtà penso alle persone che ho incontrato, ai chilometri percorsi, alle mail scritte, alle risposte date ed a quelle rimaste inevase…

Vuoi vedere i suoi progetti?

http://www.giulioiacchetti.com/



2 commenti

  1. Paola wrote:

    Mi piace questa intervista. Mi piace l’intro. C’è ammirazione senza condiscendenza, traspare l’umanità dell’intervistato e anche le sue risposte mi hanno colpito. Sentire ancora parlare dell’importanza di un lavoro che ti emoziona attraverso le esperienze umane che ti regala e non per sè stesso è raro, specie se a parlare è un designer, che l’immaginario collettivo vorrebbe capriccioso e autocelebrativo. Bello vedere che non è sempre così.