GIOBBE COVATTA: SONO NATO CON LA FORCHETTA

Che difficile intervistare Giobbe. In senso buono, ovviamente. Tu gli fai una domanda e non hai ancora finito l’ultima parola che lui ha già una battuta pronta. Così scoppi a ridere e perdi totalmente la concentrazione tanto che sul taccuino rimangono dei geroglifici indecifrabili che neanche un faraone riuscirebbe a tradurre.
A proposito di faraone… già me lo immaginavo, ma quando ci siamo incontrati dietro le quinte del teatro (sta portando in giro il suo nuovo spettacolo “Trenta”) e abbiamo iniziato a chiacchierare di cibo e dintorni era come stare a cena con gli amici. Dico amici perché Giobbe non è uno, e non è neanche trino, ma è tutti. Lui direbbe: ” ‘mo non esageriamo!”.
È un perfetto gentiluomo, è divertente, stuzzicante, sa essere tremendamente serio e sdrammatizzare quando serve, ti fa morire per quel suo modo un po’ buffo di parlare, da napoletano verace, e quando si tocca la barba con le mani come un vecchio saggio (se mi sente che gli dico vecchio, ma ancora di più, saggio, mi ammazza).
Perché Giobbe non si prende mai sul serio. Ma dice un sacco di cose serie “filtrandole attraverso l’ironia”.

Di recente hai disegnato un piatto per Amref con Rossopomodoro. Sul piatto c’è San Totò e San Marzano: geniale. Chi ti ha dato di più? Il magico Totò, il pomodoro napoletano o tutti e due?
Sono diventato grande con tutti e due. Se tra i due devo buttarne giù uno dalla torre, butto il San Marzano. Solo perché ho un po’ di ulcera e il pomodoro mi fa acidità. E poi Totò non lo posso buttare, come si fa?

Tu sei impegnato in Africa da diverso tempo. Noi adesso scherziamo un po’ sul cibo, ma il problema della fame nel mondo è una cosa molto seria. Credi che si siano fatti dei passi avanti e cosa si potrebbe fare ancora?
No, c’è ancora da fare tutto quello che c’era da fare trent’anni fa, moltiplicato per trent’anni e anche di più. Il problema non è cosa c’è da fare, lo dico anche nello spettacolo, l’1% di quello che si è speso per salvare le banche avrebbe risolto il problema della fame nel mondo.

Qual è il sale della vita per Giobbe Covatta?
I condimenti sono tanti, perché a volte metti il sale e non basta, allora aggiungi il pepe e poi il parmigiano e l’olio di oliva. È complicata la cosa…Lo scopo del gioco lo sappiamo, è essere felici. Bisogna avere molti elementi da mettere nella pentola. L’ironia, l’allegria, riuscire a filtrare le cose attraverso il divertimento cercando di superare le difficoltà.

Ti senti più Dante o Boccaccio?
Temo nessuno dei due, sono più legato a Paperino Paolino.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
La domanda non è se è vuoto o pieno, dipende da quello che c’è nel bicchiere.

Bacchette o forchette?
La mia signora ha 300 di colesterolo, quindi mangiamo anche il sushi volentieri, però io sono nato con la forchetta.
E se fossi un giapponese come ti chiameresti?
Toshiro Mifuma.

E se cucinassi per Dio cosa gli faresti?
Ma è facile: una santonorè con il vin santo.

Io ti immagino un ottimo chef: cosa non può mancare se ci inviti a cena?
Sì, mi piace cucinare di tanto in tanto. Ho anche fatto una gara culinaria e ho preso 4 cappellini.

Ah, si?! E cosa avevi preparato di buono?
Un sacco di cose, due antipasti, due primi, due secondi, due dolci. Un fritto misto all’ascolana che mi è venuto benissimo.

In un tuo ultimo spettacolo, Seven, parli dei 7 vizi capitali. Tra questi c’è anche la gola. Di cosa non puoi fare a meno, golosamente parlando?
Se intendi che cosa mi vorrei portare su un’isola deserta, avrei almeno venticinque-trenta cose in mente. No, dai, mi porterei un allevamento di maiali.

Che maiali?
Di cinta senese.

E poi?
Una piantagione di cacao. Ah, ho una curiosità da raccontarti sul cacao.

Dimmi…
In un mio viaggio in Africa, in Costa d’Avorio mi trovai in un posto dove facevano il cacao. Non avevo mai visto gli alberi di cacao, sono bellissimi. Ma la cosa buffa è che preso dall’entusiasmo ho preso una noce di cacao e me la sono mangiata così, sono stato malissimo.
A parte questa esperienza un po’ tragicomica, credo che assaggiare le cucine del mondo sia sempre un viaggio.

Quanto e come incide il cibo sulla nostra cultura?
Ho girato gran parte del mondo e non mi sono mai sottratto ai sapori dei luoghi che ho visitato. La cucina è cultura, anche quella improbabile.

C’è una cucina “improbabile” che ti ricordi?
Be’ nelle zone sud desertiche o in Amazzonia mangiano gli scarrafoni. Mi ricordo anche di una carne di renna finlandese che ho assaggiato quando ero giovane. La carne di renna finlandese puzza di selvatico a 150 metri! Non me la dimenticherò mai.

Un libro che hai “mangiato”?
Più che libri, ci sono autori che ho divorato, i sudamericani tutti, quelli della Beat Generation, Kerouack, Ferlinghetti.

E un italiano?
Calvino.

(Articolo pubblicato su “Baccus”, marzo-aprile 2010)



3 commenti

  1. GIULIO wrote:

    sorbole….

  2. ale wrote:

    bravissima

  3. Orso maggiore wrote:

    Ma che cara che sei con il Giobbe